INIZI DI UN INSEDIAMENTO ALBANESE NEI FEUDI BORBONICI

INIZI DI UN INSEDIAMENTO ALBANESE

NEI FEUDI BORBONICI

di Aniello D’Iorio

  1.         Lorenzo Giustiniani racconta sommariamente e con delle alcune imprecisioni la venuta nel regno di Napoli di alcune famiglie albanesi negli anni quaranta del Settecento. Egli scrive: «La sesta trasmigrazione avvenne poi sotto l’augusto Carlo di Borbone nel 1744. A quei tali Albanesi fu assegnata da quel Sovrano un’estensione di terra in Abruzzo Ultra, che appellavasi Abbadessa, e ch’era stata venduta da Giovanni Tedesco alla Casa Farnese, ed era stata in proprietà di esso Carlo per la morte di Elisabetta sua madre, il tutto rilevandosi partitamente dall’Archivio Allodiali del Re. Vi fu fondata una parrocchia, e date per il mantenimento del parroco le badie di S. Rocco, di S. Biagio e di S. Stefano».
  2.       La laconicità di Giustiniani impone un racconto meno superficiale di quelle vicende, avviate per rendere più produttivi piccoli territori ed attuate, forse, con intenti di sperimentazione, viste la rilevanza delle risorse investite.
  3.       I fatti presero avvio alla metà del 1743, anno cruciale e per molti aspetti indicativo degli orientamenti reali, espressi tramite il primo Segretario di Stato, il marchese Josè Joaquin di Montealegre poi duca di Salas, ed il suo entourage. In quell’anno il regno era ancora in pericolo per le armate austriache che ne tentavano la riconquista, speranza che sarebbe stata vanificata nell’agosto 1744 con la definitiva sconfitta di Velletri. Nonostante i timori incombenti la corte avviava nuove intraprese, seppure in modo asfittico per esiguità delle risorse, mancando le quali ogni attività era destinata a vita breve. Furono definite fabbriche alcune iniziative avviate, proprio nel ’43, e condotte con intenti imprenditoriali, segnali di una tendenza alla modernizzazione: la fabbrica di porcellane di Capodimonte, quella di specchi e cristalli di Castellammare, l’officina delle Pietre dure e la real Tappezzeria, attività tutte caratterizzate dall’importazione di saperi finalizzati alla realizzazione di prodotti di gran pregio.
  4.       Il decollo di quelle iniziative fu possibile per gli investimenti fatti dalla corte con denaro, migliaia di ducati annui, proveniente dai beni personali del re: nel febbraio 1743, con la morte di Anna Maria Luisa, figlia di Cosimo III ed ultima dei Medici, Carlo di Borbone entrò finalmente e realmente in possesso dei cosiddetti beni medicei esistenti nel Regno delle due Sicilie. Erano nove Università alla cui riorganizzazione amministrativa aveva già lavorato, dalla fine del 1739 e per conto della granduchessa, il sacerdote Carlo Giammoretti sotto la direzione di Bartolomeo Intieri, referente a Napoli della Casa toscana. Risale al 16 maggio 1743 un versamento di poco più di duemila ducati che consentì l’apertura di un conto presso il Banco del Salvatore, intestato al marchese Carlo Mauri nella qualità di sopraintendente di quei beni. La causale del versamento ripercorre gli eventi succedutisi dalla morte della Medici all’incameramento della somma, compreso l’intervento del Sacro Regio Consiglio, che naturalmente aveva riconosciuto le ragioni della Casa reale.   

    Con le risorse provenienti dai beni medicei fu resa possibile anche la fondazione di una colonia albanese in Abruzzo.

    Dal giugno del 1743 erano a Brindisi alcune famiglie albanesi. Nella città adriatica facevano la quarantena necessaria per il sospetto che i luoghi di provenienza fossero stati infettati dalla peste che stava dilaniando Messina dal marzo di quell’anno; l’epidemia, che si sarebbe protratta fino alla tarda primavera del ’44, sollecitava provvedimenti per la salvaguardia della salute pubblica sia nel regno delle due Sicilie, e principalmente nei porti, che in tutti gli stati che avevano nel mare la principale via di comunicazione. Brindisi, primo approdo per quanti provenissero dalle sponde orientali dell’Adriatico, non sfuggiva alla regola: le famiglie albanesi furono costrette a quella residenza fino all’ottobre del 1743.

    In quei mesi ai loro bisogni provvide il colonnello don Giulio Cayafa, castellano dei Regij Castelli di mare e di terra di Brindisi: egli anticipò denaro per il mantenimento del consistente nucleo di persone acquistando pane, vino e quant’altro necessario alla loro sopravvivenza. Le somme anticipate dal castellano furono reintegrate da Giovanni Garofano Buonocore, regio percettore della Provincia di Lecce, al quale la corte provvide, a sua volta, a rimborsare parte del denaro tra il novembre ’43 ed il successivo aprile, prelevandolo dal conto intestato a Carlo Mauri quale soprintendendente dei beni medicei.

    Le famiglie albanesi erano giunte nel regno semplicemente perché ne avevano fatto richiesta. Il tramite fu un gruppo di venticinque reclute per il Reggimento Macedone giunto a Brindisi nel maggio del 1743, i cui ufficiali comunicarono al Cayafa che vi erano in Albania «… cento famiglie intiere desiderose di passare à questo regno per istabilirvi una colonia. Ricercano terra per coltivarla …». La richiesta, passata per dovere alla Segreteria di Stato, fu particolarmente gradita: Montealegre si affrettò a rispondere dopo tre giorni che «… senza dilazione si prenderanno le necessarie informazioni toccante alli terreni dove possano le sudette famiglie collocarsi, ed applicarsi alla coltura…», in modo che, appena fossero stati individuati, Cayafa ne avrebbe avuto la comunicazione da estendere oltre adriatico. La risposta di Montealegre non fu una formalità per prendere tempo. Immediatamente fu interessato all’affare Francesco Ventura: «Volendo il Re saper in qual provincia ed in qual terreno buono, mà inabitato di questo Regno  possa ora collocarsi una centinaia di famiglie e coltivare le terre, con ritrovarsi il necessario per la vita, ò al meno il modo di procurarselo S.M. hà ordinato, che senza pregiudizio della Consulta ordinata fare al Supremo Magistrato di Commercio sopra questa materia e che si sta aspettando, prenda egli immediatamente delle distinte informazioni circa i luoghi, che possono destinarsi à tal effetto, e li riferisca subito a S.M. Locché di suo real ordine partecipo à V.S. Ill.ma per la regola del medesimo Magistrato».

    L’intervento del primo Segretario di Stato, dunque, fu di elevatissimo livello, tanto che in giugno gli albanesi, 73 persone bambini compresi, erano già a Brindisi ricoverati al lazzaretto per la contumacia.

    Per più motivi i territori disponibili per la nuova colonia non potevano che essere di proprietà della casa reale, ed infatti fu sollecitamente interessato della vicenda il marchese e magistrato Carlo Mauri nella sua qualità di sovrintendente dei beni medicei in Abruzzo, da poco passati al re. Egli individuò per buono il «territorio di Bacucco, dipendente dal feudo di Penne negli stati ereditari di Sua Maestà», facente parte, però, dei beni farnesiani: probabilmente Carlo Mauri non ritenne praticabile l’insediamento nei territori medicei. Le due proprietà erano, allora, distinte, ma furono le risorse provenienti dall’eredità toscana che resero possibile la fondazione della colonia albanese. Per l’incarico rivestito Mauri divenne il centro d’imputazione di tutta l’iniziativa: a lui sarebbe toccato di dare «… gli ordini opportuni al Marchese di Castiglione che Sua Maestà hà destinato per amministrare questo affare sia dato l’alloggio alle sudette famiglie giunte che saranno a Penne fin tanto siano costrutte le loro baracche, e che loro somministri in oltre il grano, ed altro necessario per il loro vitto: che immediatamente si ponga mano alla costruzione delle sudette baracche, ed in somma, che vada provedendo le sudette famiglie di tutte le cose necessarie per il loro stabilimento, nella maniera che nella sudetta consulta di V.S. Ill.ma de 28 settembre viene proposto, attendendo esso Marchese a non somministrar loro quelle cose, che à poco à poco, e secondo il bisogno occorrerà loro nel corpo, e fin tanto sia compito il loro stabilimento, acciò non s’impieghi male, ò si disperda il fondo, che S.M. si compiace benignamente di destinarvi.

Lo preverrà ancora V.S. Ill.ma di vedere colle sudette famiglie li terreni che converrà destinar loro, colla quantità, che se ne potrà assegnare à ciascheduna delle medeme per coltivare per pascoli, e per altri usi, e di discorrere con esse delle condizioni, che quelle richiederanno, come altresì di proporre li censi, ed altri patti, che stimerà doversi stabilire perché S.M. raccolga à suo tempo li frutti proporzionati alle spese, a cui ella si contenta di soccombere; e per che ne venga quel suo fondo migliorato, come conviene, e lo spera; per che poi sopra quelle informazioni potrà trattarsi qui questo negozio coi Capi, che sono partiti da Brindisi, per trasferirsi à questa Corte, i quali sono giunti di già in Napoli …».

    La supposta individuazione dei terreni per la nuova colonia consentiva la rapida partenza da Brindisi per il luogo di destinazione, sicché Montealegre si sarebbe premurato di avvertire non solo «… li Presidi di Lecce, Trani, Lucera e Chieti perché procurino loro l’alloggiamento nel viaggio …» ma anche il Marchese Antonio Castiglione, e Francesco Taddei, «… auditore generale e luogotenente degli stati ereditari …».

    Per la soluzione del problema già nel luglio 1743 Carlo Mauri aveva interessato il barone Castiglione per l’indicazione dei territori: «Desidererebbe la Maestà del Re Nostro Signore di stabilire il domicilio di alcune famiglie forestiere nelli suoi Stati Ereditarii, ove doveranno fare Università a parte. Sinora sono in numero di cento persone in circa, ma altre se ne dovranno aggiungere in appresso se in cotesti stati Parmensi vi fusse qualche villa disabitata sarebbe molto à proposito per situarsi queste famiglie, ma in caso che un tal villaggio non vi fusse si servirà V.S. Ill.ma di praticare tutte le maggiori diligenze, e considerare un luogo proprio, ove possano dette famiglie albanesi stabilirsi; che vi sia comodo di fabricarvi case, e territorio dà potersi coltivare, e portar a frutti, e che sia proveduto d’acqua, legna ed altro bisognevole per comodamente vivere, con farmene in risposta relazione, affine di passarlo alla notizia della M.S. …». A stretto giro Castiglione rispondeva che non esisteva nei feudi farnesiani alcuna villa o castello disabitato, anzi le varie università erano già densamente abitate. Di fatto la scelta di Carlo Mauri cadde su Bacucco, nel tenimento di Penne, parte dei beni cosiddetti farnesiani, amministrati dall’agente farnesiano in Roma conte Ascolese.

    Sembrava cosa fatta, stando alle comunicazioni tra Segreteria di Stato e referenti sul territorio, ma Bacucco non piacque agli albanesi: il barone Castiglione, insieme ai capifamiglia ed alcuni ufficiali del Reggimento Macedone, che aveva scortato il gruppo fino in Abruzzo, visitarono più di una località scartando, dopo la stessa Bacucco, anche Acquadosso, S. Maria del Poggio e Rocca, tutti rifiutati perché non ritenuti fruttiferi, o per suggerimento degli abitanti dei luoghi (per gelosia? per verità?). Insomma al novembre ’43 ancora non erano stati individuati terreni graditi agli albanesi; per contro, nella convinzione che la colonia si dovesse stabilire a Bacucco, dal settembre 1743 si cominciarono a lavorare i legnami da impiegare nella costruzione delle baracche per il primo ricovero delle famiglie: il marchese Castiglione emanò gli ordini opportuni, redigendo anche un «Libro giornale in cui sono registrate le spese accorse per la colonia albanese». Naturalmente, nell’attesa della definizione dei luoghi da coltivare non sarebbe mancato il sostentamento al gruppo: fino all’ottobre 1744 ai 18 capifamiglia sarebbe stata versata periodicamente la somma di grana 41 e 2/3 a persona per viveri giornalieri ed utensili necessarij; di quanto ricevuto i capi erano responsabili in solido per mezzo di un loro rappresentante, ma, non sapendo scrivere in italiano, essi «dichiarano in voce di aver tutti ricevute le sopraccitate rispettive somme».

    L’utilizzo di diverse scritture contabili indica l’attenzione alla documentazione delle spese, espressa con una procedura rigorosa che prevedeva, ad esempio per la realizzazione di manufatti, una nota delle spese sostenute, seguita dal controllo dei costi; solo dopo gli accertamenti di rito erano emessi i mandati al cassiere che provvedeva al pagamento dei prestatori d’opera o fornitori vari, raccogliendo le quietanze da registrare accuratamente. Tale fu la procedura per la preparazione delle baracche a Bacucco: tra novembre e dicembre ’43 furono impiegati alcuni secatori pagati in maniera frazionata ad avanzamento dei lavori con saldo finale della somma restante.

     Solo a novembre 1743 la scelta dei terreni da destinare alla colonia cadde sul tenimento di Pianella e specificamente sulle località note come Badessa e Piano di Coccia separate fisicamente dal fiume Nora. Probabilmente una spinta decisiva alla rimozione degli ostacoli venne da Montealegre che, vista la renitenza degli albanesi ad accettare un luogo, invitò Castiglione a persuaderli a cedere all’ultima proposta, anche perché sembrava «… improprio il trattenersi agli discorsi ed insinuazioni di persone le quali forse hanno interesse in che non si stabiliscano in quei luoghi …»; anche la pazienza reale aveva un limite, sicché era il caso d’informare gli albanesi di «… quanto possa dispiacere il loro procedere a Sua Maestà, la quale poi potrebbe ritirare le tante grazie, che si degna dispensar loro …».    

    Individuati i luoghi i rapporti vennero formalizzati in un «atto di rassegna del territorio della Badessa e di Coccia, nel tenimento di Pianella, alla nuova colonia albanese di Pianella stipolato a 4 marzo 1744». Il rogito notarile, ovviamente soggetto ad approvazione regia, fu redatto in casa di don Carlo de Felici: davanti ai testimoni Avenerio Pantaleone, Domenico Cipriani e Giuseppe Bernabeo ed in presenza dell’Auditore e del Tesoriere si costituirono spontaneamente i capifamiglia Atanasio Dima, Dimo Varsi, Ghè Vranà, Michel Spiro, Dimo Andrea, Giovanni Spiro, Michel Gini Gicca, Vrana Gini, il sacerdote Demetrio Atanasio, Michel Gini Atanasio, Giovanni Duca, Giocca Gicca Zuppa (o Supa), Dimo Giocca, Giocca Gicca Guma, Martin Lessi, Spiro Andrea, Dimo Lessi e Papa Macario Giovanni.

    A loro, in qualità di rappresentanti della comunità, toccò fare, in lingua italiana, «solenne e pubblica domanda» all’Auditore ed al Tesoriere di «… assegnarsi loro tutti i campi in generale di detti due territori per poi ripartirsi à proporzione fra loro la sola quantità che ogni una di loro potrà coltivare …». Nella circostanza assunsero alcuni obblighi, primo fra tutti quello di «… insieme ed in solido, di rendere fedele e buon conto di tutti li sudetti terreni e territori, bovi ed altri attrezzi e di qualunque altra cosa e spesa, mà particolarmente di corrispondere e soccombere à censi e spese che potranno imporsi loro, onde col decorso del tempo possa S.M. rifarsi delle gravi spese che è andata e stà facendo, a morma, e forma in tutto, e per tutto del regolamento definitivo che verrà determinato in questo affare dalla M.S. con dette famiglie albanesi e non altrimenti …». Nell’accettare la responsabilità in solido i capi riconobbero i terreni assegnati e promisero di non «… alterarli e trasgredirli, né di passare i termini e confini altrui …», obbligandosi a rendere «… buono e final conto …» delle terre assegnate; s’impegnarono, inoltre, a lavorare e coltivare con tutta attenzione e fedeltà, rilasciando i terreni che non avrebbero potuto coltivare; avrebbero costruito le loro case in località Morticino al piano di Martello, sempre nel territorio della Badessa, dopodiché avrebbero lasciato il palazzo Farnese a Pianella dove dimoravano dal loro arrivo. Infine tutti i capifamiglia si obbligarono ad accettare il regolamento definitivo in corso di redazione, a non molestare i vicini, a non impedire il pascolo dei naturali, il che valeva reciprocamente, ed a non impedire il taglio di legna in favore di casa Farnese cui rimaneva l’utilizzo di due mulini attivi sul territorio.

    Nel documento di assegnazione Badessa e Piano di Coccia furono anche sommariamente descritti dopo la stima effettuata da Domenico Cipriani e Giuseppe Bernabeo, agrimensori. Il territorio di Badessa era «querciato, vignato olmato e con casa rustica, di 437 tomola secondo il catasto, ma rimisurato in solo 427 tomola»; precisati i confini, fu descritta la casa (due vani, uno inferiore e uno superiore) costruita sull’appezzamento evalutata 106 ducati; i terreni coltivabili assommavano a 221 tomola, che, a 6 ducati ciascuno valevano d. 1326; le terre non coltivabili misuravano 206 tomola di cui 186 erano valutate a d. 5 ciascuna ed altre 20 a carlini 20 il tomolo, per un valore totale di d. 970; i miglioramenti introdotti dall’enfiteuta Giovanni Felice Taddei assommavano, a loro volta, a d. 277.30. Ne venne che valore complessivo della Badessa era di ducati 2679.30.

    Di minore importanza si rivelò Piano di Coccia, territorio «alberato di querce e con casa rustica » di 388 tomola catastali, ma 366 misurate da agrimensori e periti: il terreno seminativo era di circa 293 tomola, valutato 6 ducati il tomolo per un totale di d. 1761; terre incolte per circa 60 tomola a d. 4 e ½  il tomolo valevano d. 267.75; 15 tomola di terra di minor pregio, a carlini 25 il tomolo davano d. 37.50; la casa composta di 4 camere inferiori era valutata, infine, d. 164.50. Il valore complessivo dell’unità di Piano di Coccia era, dunque, di d. 2230.75.

    Con l’individuazione dei terreni e la loro suddivisione fra le famiglie albanesi prendeva avvio una nuova avventura tenacemente perseguita con l’obiettivo di migliorare i terreni di proprietà personale del re. Da questo punto di vista naturale completamento fu la costruzione alla Badessa di abitazioni vere e proprie per quei nuclei familiari il cui stanziamento lasciava intendere positivi sviluppi per il territorio. Fu così che Francesco ed Eusebio Di Mascio fecero un’offerta per costruire, in muratura, le case per la comunità, tenendo in conto alcune indicazioni di massima, prima fra tutte che le 18 abitazioni progettate fossero racchiuse in sei complessi di uguale fattura, ciascuno dei quali doveva accogliere tre unità familiari, in cui ogni singola abitazione sarebbe stata di 18 palmi per 24, con la misura grande che si affacciava su strada (equivalenti ad una camera di circa 30 metri quadrati odierni), per un’altezza di circa dieci palmi sopra terra; una porta e due finestre di pioppo, il camino con relative ciminiera e cappa sarebbero stati gli elementi interni. Ciascuna unità abitativa trifamiliare avrebbe avuto la copertura di tetto a coppi. La costruzione delle abitazioni segna il completamento le spese iniziali anticipate dalla Casa reale per il radicamento della nuova colonia.

    Lo sviluppo delle vicende sommariamente descritte era accompagnato e garantito dagli esborsi di notevoli quantità di denaro. Non escludendo pagamenti in contanti o provenienti da altri cespiti diversi dai beni medicei, una consistente traccia degli investimenti rimane nei conti degli Antichi Banchi napoletani. A parte le somme già note liquidate nei mesi della sosta brindisina, molti ducati furono investiti nel corso degli anni: 1500 ne andarono al marchese Castiglione già nell’ottobre 1743, seguiti da altri 1176 nell’agosto 1744. L’anno seguente, invece, 588 ducati pervennero ancora al Castiglione «… per tanti che deve egli impiegare nelle spese che occorrono nel secondo anno per lo stabilimento di alcune famiglie albanesi venute in questo regno e propriamente nel tenimento di Penne …». Le risorse reali furono impiegate anche per obiettivi meno diretti: nel settembre 1745 96 ducati andarono «… in supplemento delle spese che occorrono nella real fabbrica della chiesa per uso delle famiglie albanesi…», mentre 60 ducati finirono, per il tramite di Castiglione, «… all’Aggiutante Maggiore del Reggimento Real Macedone d. Demetrio Picca per complimento delle spese occorse per lo trasporto delle famiglie albanesi dalla città di Brindisi à Penne in Apruzzo …». A liquidazione del conto regolarmente presentato, l’Uditore Francesco Taddei riceveva ducati 58.0.17 «… spesi nel viaggio fatto da Pianella per lo stabilimento delle famiglie albanesi …».

    Il superamento delle iniziali difficoltà e l’avvenuto consolidamento della nuova colonia sono indice del buon lavoro svolto dal marchese Castiglione che ricevette 200 ducati «… per gratificazione ordinata darseli da S.M. in compenso delle spese e delle fatiche da esso sofferte per tutto il tempo che è stato impiegato per soprintendente dello stabilimento della nuova colonia albanese collocata nelli stati ereditarij della M.S. in Apruzzo …».

    Non si chiude qui la vicenda settecentesca degli albanesi in Abruzzo, anzi sembra avviarsi realmente proprio una volta risolti tutti i problemi iniziali: finalmente cominciarono ad operare vomerali, aratri, zappe, coltellacci, accette, ronche, asce, vanche, scarpelli, falciglie e tutti gli altri ferri d’agricoltura che Michele Chiarelli aveva prodotto dall’ottobre ’43 al maggio dell’anno seguente.

    Ancora da studiare è l’attività ed il radicamento di quella comunità, ma il materiale archivistico che comincia ad affiorare lascia ben sperare per studi più approfonditi che dovrebbero mirare in particolare a quelle novità, abbastanza diffuse in Europa nella prima metà del Settecento, che sembra affascinassero la corte napoletana nei primi anni del regno di Carlo.     

2 thoughts on “INIZI DI UN INSEDIAMENTO ALBANESE NEI FEUDI BORBONICI

  1. È possibile sapere qualche cosa in più su Giovanni Spiro e famiglia?È stato anche lui un capitano del real Macedone?Potrebbe essere il nome Spiro come figlio di Spiridione o un cognome?Se qualcuno potrebbe sapere qualche cosa a riguardo lo ringrazierei molto.Ant

  2. È possibile sapere qualche cosa in più su Giovanni Spiro e famiglia?È stato anche lui un capitano del real Macedone?Potrebbe essere il nome Spiro come figlio di Spiridione o un cognome?Se qualcuno potrebbe sapere qualche cosa a riguardo lo ringrazierei molto.

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