Premessa | Carditello

Di Katia Esposito.

PREMESSA

‹‹Questo è l’unico palazzo che posseggo

veramente a posto e perfettamente arredato››.1

Quell’unico palazzo veramente a posto si presenta oggi quasi completamente spoglio delle decorazioni e degli arredamenti per l’incuria e il vuoto che attorno ad esso è stato fatto nel corso degli anni. Abbandonato a se stesso già poco dopo l’annessione al Regno d’Italia, con il passaggio di proprietà al Consorzio di Bonifica del Bacino Inferiore del Volturno – negli ultimi tempi commissariato per circa diciotto anni – il Real Sito di Carditello è diventato poi facile preda di chi non si è fatto scrupoli nell’asportare parte di affreschi, scale di marmo, panche in travertino e tutto quello che poteva essere portato via. Caduto in un profondo oblio, è stato trascurato anche dal mondo accademico, che impegnato in tanti studi sembrava si fosse dimenticato anch’esso di questo piccolo gioiello dell’età borbonica – dopo un’attenta analisi degli studi scientifici si è evidenziato una qualche attenzione solo verso l’architettura del complesso e un unico studio riguardante l’aspetto prettamente geografico, con un’assenza di studi storico-artistici2 – che aveva rinvigorito questa parte di Terra di Lavoro. E probabilmente proprio per la sua posizione geografica è stato ancor più maltrattato. A pochi chilometri dista Casal di Principe, passata alla storia solo per quella parte malavitosa che si è insinuata – nell’ultimo quarantennio con sempre più prepotenza – tra la gente per bene, tra quei “casalesi” che lottano per riscattare il loro futuro. Qui, la terra inquinata da gente senza scrupoli si affianca a quella contaminata dalle istituzioni. Accanto a quelle “discariche” interrate sono sempre più evidenti, e quasi padroni del paesaggio, quelle legali, sorvegliate addirittura dall’esercito. Proprio a poca distanza da una di queste, quella di Maruzzella, svetta il Real Sito di Carditello, ancora pieno d’orgoglio per un passato ricco e florido.

Nascendo in quella terra tanto martoriata non potevo che fare di questo sito l’oggetto della mia tesi, uno studio iniziato già con l’elaborato svolto per la laurea in Conservazione dei Beni Culturali.

Segnata nei tempi moderni da eventi negativi, che hanno cercato sempre più di obliare quella ricchezza e quella bellezza che emanava qualche secolo fa, la Reale Tenuta aspetta ancora di rivivere giorni felici. È passata alla storia soprattutto come deliciae principis. Mia nonna raccontava, infatti, come fosse utilizzata dal re per il suo puro divertimento; nata agli inizi del secolo scorso non le era stato raccontato del reale ruolo che quella costruzione aveva significato per il territorio, inserito da Carlo di Borbone in quell’ambizioso progetto di creare una capitale che potesse essere all’altezza delle più importanti famiglie reali europee. Allo stesso tempo era parte integrante di un programma di recupero dell’intero territorio di Terra di Lavoro, volto a migliorare le condizioni socio-economiche della popolazione. E se Carlo, accettando la corona spagnola, aveva in qualche modo “tradito” il suo progetto per il Regno di Napoli, con l’affidare al figlio la reggenza assoluta aveva sicuramente delineato una nuova fase per il regno partenopeo, quella di un regno autonomo. E proprio Ferdinando sarebbe stato il committente del complesso che ben s’inseriva in quel vigore architettonico che era stato riavviato con la maggiore età del giovanissimo re. Questi fu in grado, attraverso importanti attività economiche, di rendere Carditello l’unico sito che non necessitava di incentivi dalla Casa Reale, ma che anzi produceva non solo per i residenti della Tenuta e per la famiglia reale, ma anche per l’esportazione.

Con la costruzione della palazzina reale, inoltre, il complesso diventa un importante cantiere, in cui convivevano diverse esperienze artistiche: il barocchetto locale di Fedele Fischetti, la scenografia illusionistica-architettonica di Domenico Chelli, il paesaggismo miniaturistico di Philipp Hackert.3 A queste tre va, inoltre, aggiunta l’esperienza di un altro importante artista, Giuseppe Cammarano, che proprio in quegli anni si avvicinava alle nuove istanze neoclassiche. Parte della tesi mette proprio in evidenza il ruolo che il giovanissimo pittore svolse nella decorazione del casino. Una decorazione, che a parte per l’opera del Fischetti, s’inseriva appieno nella volontà di Ferdinando di rappresentare attraverso le pitture quello che era il suo intervento sulle campagne circostanti, con una grande attenzione alle colture fondamentali del posto. Così, accanto a studi d’archivio e ricerche nelle varie biblioteche, si sono svolte le mie passeggiate in Terra di Lavoro, tra quei luoghi un tempo parte essenziale del rinnovamento agricolo.

Ho, quindi, iniziato questo lavoro partendo dall’evento che ne decretò la nascita: la battaglia di Velletri, in seguito alla quale il re scelse per la nuova razza equina proprio il Feudo di Cardito. Ho ripercorso quindi la storia politica del sito dal 1744 al 2014, caratterizzata dai vari passaggi di proprietà. È seguita un’attenzione a quella che è l’architettura del complesso, ricostruendo, con l’utilizzo della Pianta della Real Difesa di Carditello, quelli che erano i comodi rurali, utili alle varie attività che fecero del sito un importante snodo per l’economia del territorio. Da qui sono passata alla ricostruzione delle iconografie e delle paternità della decorazione pittorica che, seppur in uno stato di gravissimo degrado, è sopravvissuta in parte allo scempio che della palazzina reale è stato fatto. Attraverso una disamina delle bonifiche del territorio promosse dai Borbone, ma iniziate già in epoca del viceregno spagnolo, attraverso la cartografia storica è stato rivolto uno sguardo anche all’attuale condizione ambientale. Attenzione è stata data, inoltre, anche all’indagine sull’attività giornalistica, in particolare sono stati studiati i numeri de Il Mattino, che negli ultimi anni si è interessato assiduamente dell’Affaire Carditello. A questi studi si sono poi aggiunte le esperienze vissute personalmente nell’importante dibattito apertosi negli ultimi anni intorno a quella che è diventata la “questione Carditello”. In quest’ambito un ruolo fondamentale è stato svolto dal mondo dell’associazionismo, che unito tra le tante sigle si è fatto promotore di uno slogan, Salviamo Carditello, che ha portato all’acquisto da parte del Mibact dell’ex Tenuta borbonica. Un traguardo importantissimo anche dal punto di vista del riscatto dell’intero interland casertano.

L’acquisto di Carditello permette dopo tre anni una chiusura diversa di questa parte introduttiva. Se, infatti, allora scrivevo che nel dicembre 2010 si era aperto uno scenario preoccupante per il futuro del sito a causa della nomina di un custode giudiziario, oggi possiamo guardare a un futuro prossimo in cui lavori di restauro andranno di pari passo con le aperture al pubblico, i cosiddetti “cantieri paralleli” tanto auspicati da Agenda 21 per il Real Sito di Carditello e i Regi Lagni.

1 W. GOETHE, Philipp Hacker. Vita di Hackert, lo schizzo biografico redatto per lo piu’ in base ai suoi stessi scritti, 1811.

2 La bibliografia scientifica prettamente dedicata al Real Sito di Carditello si esaurisce in pochi testi, in realtà saggi inseriti in scritti di argomento più ampio. Primo fra tutti quello di Giancarlo Alisio, I Siti Reali dei Borbone. Aspetti dell’architettura del Settecento, edito nel 1976, dove alla tenuta viene dedicato un capitolo, anticipato da un articolo apparso l’anno prima in “Napoli Nobilissima, rivista di arti figurative, archeologia e urbanistica” e seguito da un nuovo articolo per il catalogo della mostra Civiltà del Settecento a Napoli del 1979. L’attenzione dello studioso è rivolta essenzialmente a problemi di carattere architettonico, in parte già trattati qualche anno prima da Arnaldo Venditti (1961) e Renato De Fusco (1971). L’architettura, inoltre, è stata studiata anche da Riccardo Serraglio nel 2001 e da Salvatore Costanzo nel 2006 nell’ambito del suo studio sulla scuola vanvitelliana. Nel 1979 fu pubblicato a cura del Consorzio di Bonifica del Bacino Inferiore del Volturno, e riprodotto nel 2006, un fascicolo sulle notizie archeologiche, storiche e artistiche su Carditello, non privo di errori. Alcuni saggi sono apparsi anche sul “Bollettino d’informazione” della Soprintendenza di Caserta, relativi ad un’indagine sui documenti d’archivio (Migliaccio 1998). Altri scritti sono inseriti nei cataloghi di alcune mostre ( Un elefante a corte 1992; Terra di Lavoro 2012) e in Atti di Convegni (I giardini del principe 1994; Il paesaggio campano, storia, conoscenza, salvaguardia, 1999). Solo negli ultimi anni si è vista un’attenzione maggiore anche dal punto di vista di studi specifici relativi alla Tenuta di Carditello, in particolare con i lavori di Pierluigi De Felice (2012), con un taglio soprattutto geografico, Aniello D’Iorio (2014), essenzialmente con un lavoro storico e Nadia Verdile, il cui scritto ha un taglio soprattutto giornalistico. Anche la Soprintendenza di Caserta ha lavorato ad una mostra, Carditello ritrovata, che però ancora non è stata inaugurata, a cui dovrebbe seguire un catalogo tutto incentrato sull’ex Tenuta borbonica.

3 Cfr F. MENDIA, Sugli sviluppi del neoclassicismo a Napoli: Giuseppe Cammarano pittore, decoratore e pittore figurista nei teatri reali, in Bollettino d’arte, ser. E, n. 74-75, 1992, pp. 31-64.

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