In ricordo di Marco Santoro

All’inizio dell’anno è prematuramente scomparso Marco Santoro. Già ordinario di Bibliografia e di Storia dell’Editoria presso la Sapienza di Roma, studioso di levatura internazionale, instancabile organizzatore di cultura, è difficile sintetizzarne la figura in un breve profilo. Per questo vorrei  abbinare ad una riflessione su alcuni elementi della sua esperienza culturale tratti della sua vita quotidiana importanti, penso, per comprendere ed apprezzare le caratteristiche di un intellettuale che lascia un grande vuoto nella cultura napoletana ed in quella nazionale.

Nel profilo culturale di Marco Santoro si incrociavano ed hanno convissuto tre ambiti disciplinari: quello della critica letteraria, quello dello studio dei sistemi bibliotecari e bibliografici e quello della storia del libro italiano. Come esponente del mondo delle biblioteche, più in generale, dell’accesso all’informazione, sono stato professionalmente interessato al lavoro svolto da Marco in questo ambito ma, come persona attenta (spero) alle tendenze culturali, lo sono stato egualmente alle altre due aree. Ciò anche per una caratteristica riscontrabile nel lavoro di Marco che vorrei definire di “consapevolezza organizzativa”: in un Paese come il nostro che da decenni decrementa il proprio investimento in cultura ed in particolare nella cultura umanistica, non sempre gli intellettuali ed i docenti universitari riescono a portare un contributo in contro tendenza, qualcosa che non disperda ma anzi tesaurizzi le attività derivate dal proprio studio e dalla propria ricerca. Non è stato questo il caso di Marco che, al contrario, ha saputo, con molteplici risultati della sua attività intellettuale lasciare un segno: è il caso di “Esperienze letterarie”, tanto per citare, tra le altre,  la “sua” rivista e del progetto “Italinemo”, il sito dedicato alle riviste di italianistica; è il caso dell’attività dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento Meridionale; è il caso della splendida Storia del libro italiano. Libro e società in Italia dal Quattrocento al Novecento, pubblicata dalla Bibliografica nel 1994. Sono lasciti importanti di cui non solo gli ambienti universitari dovranno occuparsi.

D’altra parte la necessità di valorizzare quello che si era riuscito a portare a termine contraddistingueva l’atteggiamento di Marco non solo con riferimento alle attività culturali ed universitarie ma anche ai beni materiali. Non posso dimenticare come, in un bel pomeriggio pasquale, conversammo a lungo sulla necessità di non disperdere i patrimoni bibliografici accumulati nel corso dei decenni, anche con forme ad hoc  quali le fondazioni che andassero oltre le possibilità dei singoli individui. E ciò nella consapevolezza che, oggi come ieri, la non dispersione di un patrimonio culturale è il primo elemento di una valorizzazione del lavoro svolto.

Ma tutti questi ricordi, un po’ velati di malinconia, devono essere bilanciati da quei tratti di carattere dell’amico scomparso particolarmente significativi. Uomo coltissimo Marco Santoro sapeva essere ironico e spiritoso (qualità che non sono sempre riscontrabili in tutti gli uomini colti….): con ironia disarmava gli interlocutori troppo sicuri di sé, quelli abituati ad enunciare le proprie convinzioni con ostentata sicurezza sia nei contesti mondani che in quelli professionali. Quest’ironia poteva a volte diventare anche tagliente ma non perdeva mai un’innata eleganza e, cosa ancora, più importante terminava, spesso, con una calorosa risata che spesso coinvolgeva Marco ed i suoi interlocutori.

Nell’insieme, dunque,  un intellettuale umanista nel senso più autentico del termine che ha tenuto insieme, nella sua esperienza di vita, il ricercatore, il divulgatore, l’uomo capace di organizzare. Vogliamo così ricordarlo, dando merito a tutte le sue capacità.

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