Il futuro è fermo a Carditello

Eugenio Frollo

Nato per volere di Carlo III di Borbone, il Real Sito di Carditello divenne, oltre a tenuta di caccia e masseria, un complesso per l’allevamento di equini quando Ferdinando IV di Borbone (1751-1752) vi impiantò una fattoria specializzata per la coltivazione del grano, la manipola dei latticini e l’allevamento di bovini e di razze pregiate di cavalli. Il progetto architettonico – costruito sul fondo del Conte di Acerra Alfonso V De Cardenas acquistato da Carlo di Borbone nel 1744 – fu affidato al regio architetto Francesco Collecini, artista “eclettico”, il “più brillante” degli allievi di Luigi Vanvitelli. Filippo Hackert, pittore regio, fu nominato direttore dei lavori: «Carditello – egli scrive – è una grande casa da caccia, o meglio, la si può chiamare un “palazzo” di caccia: ci sono molte stalle, in parte per i cavalli dato che vi è anche una monta, in parte per le mucche che erano più di duecento».

Nello splendido complesso che vediamo tutt’oggi, l’organizzazione economica e produttiva sono mediati da una sorprendente architettura calibrata ed accordata sul territorio stesso, in funzione della promozione economica del Regno. Le produzioni agroalimentari erano eccellenti e la famiglia del sovrano viveva in democratica sinergia con le famiglie dei lavoratori. Nacque anche una speciale razza di cavalli persani.

Dal dominio dei Savoia agli anni ’80 il Real Sito è stato oggetto di ininterrotte traversie, dagli usi impropri al totale abbandono, con un susseguirsi di furti, atti vandalici e di impegni disattesi da parte delle istituzioni. Nel 2011, con disposizione dell’Ufficio Esecuzioni Immobiliari del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, fu disposta la vendita all’asta del Real Sito, a causa dei crediti (circa 50 miliardi di lire) vantati dal SanPaolo Intesa nei confronti del Consorzio Generale di Bonifica del bacino inferiore del Volturno, ente proprietario del bene. Il complesso monumentale finì all’asta come un qualsiasi condominio: un perito ne stimò un valore puramente immobiliare (pur tenendo conto del ricco apparato pittorico e dello stato di conservazione delle strutture) molto collimante con l’ammontare del debito. Il dato storico e culturale andò a farsi benedire e la vendita all’asta avrebbe privato la collettività di un bene simbolo della storia del Mezzogiorno.

Da quel momento la storia di Carditello si è intrecciata con l’impegno di un manipolo di persone ed associazioni le quali, con tenacia, hanno contribuito alla salvezza di un monumento simbolo del più ignominioso degrado, della bassezza e della non-dignità di un luogo abbandonato a sé stesso. Iniziò una rilevante campagna di sensibilizzazione ed informazione riguardante l’intera vicenda, operandosi più volte per l’organizzazione di aperture straordinarie del Real Sito accompagnate da visite guidate, mostre, eventi gastronomici, raccolta di firme, in parallelo con una serie di incontri tecnici con tutti i livelli istituzionali: chi scrive ha avuto l’onore di accompagnare, nelle stanze dell’Illuminismo calpestato, illustri personalità del mondo della politica e della cultura.

Il Real Sito restò indenne alle 10 aste giudiziarie bandite nello stesso periodo, mentre l’importo base decresceva da 25 a 10 milioni. Un’asta infinita, dall’esito remoto ed incognito: da ripensare, forse, con un po’ di buon senso. Mai giunta alcuna concreta offerta. Poi, un bel giorno, un Ministro della Repubblica capovolse la situazione, con l’acquisizione, da parte del Mibac, avvenuta nel gennaio del 2014. Dopo il lungo abbandono, dunque, il pregiatissimo manufatto borbonico venne acquistato dallo Stato, insieme ad un’erogazione di 3 milioni di euro per i primi restauri, che hanno riguardato prevalentemente le coperture.

Il tutto con un uso temerario di risorse pubbliche: un bando con il criterio dell’offerta economica più vantaggiosa, elaborati grafici non all’altezza di un esecutivo cantierabile. Negli impianti è esclusa l’efficienza energetica. Il Computo Metrico contiene svariate incongruenze e senza la possibilità di apportare migliorie al progetto, come nell’appalto integrato. Un delitto che il Soprintendente non ha voluto riconoscere.

Poi, ancora, arriva puntuale la Fondazione, con due presidenti, uno troppo debole ed uno troppo forte. Si costituisce in un batter d’occhio il C.d.A. e si stabilisce un programma strategico teorico, interessante e già noto, mentre nei fatti si continua a parlare a vuoto. Burocrati da scrivania, senza una visione in prospettiva, lasceranno cadere nel nulla anni di impegno popolare, rischiando di tornare al punto di partenza. Dov’è l’operazione sostenibile ed innovativa?

Ma in quel luogo tornerà mai la vita ordinaria? E qual è la vita ordinaria in Italia? È quella del controsenso, della mazzetta, o, se volete, delle Grandi Opere. Questa è una vicenda all’italiana, pregna di punti oscuri, di errori e di menzogne, che solo chi l’ha vissuta dall’interno ha compreso, immaginando, con cauta lungimiranza, che si possa giungere, tassello dopo tassello, a fare definitiva chiarezza.

Ben venga la presenza dello Stato nella Piana dei Mazzoni. Ma una sfida del genere è molto impegnativa, il riscatto del monumento è il cuore dell’innesco pervasivo di un processo invocato per anni: la Reggia, la Tenuta, i Regi Lagni, le discariche, la Terra dei Fuochi. Una sfida che potrebbe apparire vincente, ma che dovrà impegnare seriamente un Governo profondamente attento ai problemi. Suoi. Altrimenti cade tutto nel vuoto.

Eugenio Frollo

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