Caserta capitale

Eugenio Frollo

(Testo rielaborato da Le nuove città della cultura militare borbonica in Terra di Lavoro, Giannini, Napoli 1999 e già apparso in Quaderni Vesuviani, XXXI, 2008).

 

Nella prima metà del Settecento, con la monarchia assoluta, l’imperante cultura illuminista assistita dall’autonomia intellettuale dei filosofi produssero, nei luoghi del nascente stato moderno, in un clima culturale autonomo ed effervescente, profondi mutamenti urbani e territoriali, effetto di una trasformazione culturale in atto.

Con Carlo di Borbone si giunge alla realizzazione di ben quattro residenze reali, le cui effettive motivazioni, accantonate dalla storiografia ufficiale, rimandano all’idea della «città ideale», assommata all’ambizione al decentramento ed al vantaggio di una maggiore immunità, che si condensava nell’idea del trasferimento della Capitale del Regno da Napoli a Caserta, novella Versailles borbonica, che deve la sua esistenza ad un elemento primario voluto, poi abbandonato, dal sovrano spagnolo.

A prima vista, l’idea che della costruzione di una nuova reggia può apparire voluttuaria e ridondante; tuttavia, come spiegazioni accettate, i palazzi di Napoli e Portici erano troppo prossimi alla costa e quindi sottoposti al pericolo di bombardamenti, quello di Capodimonte era scomodo e sfornito d’acqua.

Il primo progetto per Caserta, redatto da Mario Gioffredo, concretizzava le aspirazioni del regnante in una immensa fortezza bastionata, capace di celebrare tanto l’assolutismo quanto la burocrazia di Stato: una città composta da un solo edificio, totalmente chiuso in sé stesso, progetto improvvisamente abbandonato per la sua improbabile sostenibilità economica.

Nel 1750 il sovrano convocò a Portici il cinquantenne Luigi Vanvitelli, architetto della Fabbrica di S. Pietro, per la stesura di una soluzione dai differenti caratteri formali e dimensionali. A Vanvitelli venne commissionato il progetto di un palazzo reale e di un parco. Il palazzo doveva assommare tutte le destinazioni funzionali alla burocrazia di Stato del tardo ’700: appartamenti, università, orti botanici, osservatori astronomici, biblioteche, dicasteri, caserme, teatro, seminario, cattedrale, episcopio, musei, scuole di ogni ordine e grado, magistratura, tribunali.

Le velleità e gli aneliti di progresso della cultura settecentesca dell’apparato regio, trasferiti in un’idea di architettura, ben si esprimono nei contenuti strutturali e formali della Dichiarazione dei Disegni (1751): lo schema della reggia è a tre livelli di ordine gigante, con quattro corti, manifestando una pesante impronta militare insieme agli emblemi statali fondativi; il parco con aiuole e fontane, la cui acqua veniva trasferita tramite un acquedotto appositamente realizzato rispecchiano, nella costante dilatazione di scala, l’ascesa della presenza reale borbonica. Il progetto vanvitelliano proiettava verso il futuro le aspirazioni innovatrici del borbone, essendo esso accordato sulla politica delle grandi dimensioni e sull’apertura al territorio campano della residenza reale e delle annesse funzioni amministrative.

La reggia, elemento primario, non promuoveva la sola aggregazione urbana ma si poneva come il fulcro di una intera regione da valorizzare. Il piazzale ellittico ad essa fronteggiante si disegnava come il perno della città ministeriale regionale, con struttura a mano aperta verso le cinque direzioni urbane e territoriali del nuovo impianto meridionale. Questo disegno progettuale non tradizionale, travalicando l’originario rapportarsi del costruito alla campagna, è interpretabile come un’incompiuta «piazza d’arme», una molla tesa a scattare in tutti gli angoli del regno: i borghi rurali, Capua, Napoli, Marcianise, Aversa, Pozzuoli, Maddaloni, Benevento, l’acerrano, il nolano ed il mariglianese, l’adriatico e la Puglia.

I lavori durarono oltre vent’anni; ma nel 1759 Carlo di Borbone si recava a Madrid per cingere la sua legittima corona. Il trono di Napoli era passato al figlio Ferdinando IV, di appena otto anni, affidato al devoto ministro don Bernardo Tanucci. Con Carlo svanirono anche le motivazioni per l’ultimazione delle reggia, lasciando Vanvitelli (che percepiva uno stipendio annuo di 2.000 Ducati) disoccupato e senza finanziamenti. Le spese per il cantiere, sempre più gravose per l’erario (fra il 1789 ed il 1805 le spese annuali erano in media di 20.000 ducati), vennero drasticamente ridimensionate.

La composizione vanvitelliana, non realizzata per intero, preannunzia quelle peculiarità organizzative le quali, come altre creazioni affini (Albergo dei poveri, Granili), evocano una composizione chiusa e compatta, «insulae» monastiche e labirintiche, capaci di attuare una separazione fisica e psicologica, separando la classe dominante dalle popolazioni e quindi dalle coscienze.

Il sistema territoriale era progettato con una complessità compositiva nella quale la residenza reale s’intrecciava sia con tipologie militari sia con tipologie produttive, ossia l’orditura strategica dei «luoghi di delizia», siti reali che una mistificante linea storiografica ha ridotto a spazi parassitari, pittoreschi e d’evasione. Essi, al contrario, appartengono organicamente al complessivo piano edilizio settecentesco, dal quale trapela una eccezionale cognizione della natura e dei suoi vantaggi produttivi, attuato tenendo conto delle risorse dei terreni, dei boschi o delle acque.

Il disegno borbonico si poneva quindi nell’ambito di un impianto strategico, che collocava i siti reali quali strumenti operativi e sperimentali volti a privilegiare i caratteri funzionali dell’esercito e ad istituzionalizzare presenze architettoniche operative ed efficienti per la tanto anelata incolumità fisica delle rappresentanze dello Stato. Nel sistema territoriale veniva mantenuta la conservazione del patrimonio boschivo, veniva definito il disegno territoriale delle strade e dei canali, dei nuovi insediamenti e investimenti delle aziende e delle manifatture in Terra di Lavoro; e poi parchi, che vanno dalla reggia di Caserta al Fusaro, agli Astroni, a Procida, a Capodimonte, a Portici. Lo sviluppo si articolava, quindi, alla vasta scala dei grandi programmi di pianificazione e sull’ampliamento della produzione, all’interno dei processi lavorativi: si giunge ad una intensa fioritura di sfruttamenti delle risorse naturali e delle manifatture industriali. Basti pensare, ancora, alla produzione di lana e di arazzi (con l’organizzazione comunitaria delle Seterie di San Leucio), alle fabbriche di ceramica (Capodimonte), di armi e di cuoio; l’apertura di arterie di collegamento per Capua, Venafro e Persano, pensate per concepire una viabilità di sistema. In questo quadro, la scelta relativa al progetto della residenza reale doveva aprire nuove trasformazioni, commiste tra le politiche di controllo terriero e quelle di sviluppo delle aree interne. Le citate testimonianze di attività produttive, archeologiche, le emergenze architettoniche, il sistema infrastrutturale ed idrico ne costituiscono conferma.

Questa cospicua evoluzione della progettualità ed il raccordo organico e funzionale tra le diverse parti lascia presumere un rapporto virtuoso di conseguenzialità tra gli investimenti economici della casa regia ed il fiorente ciclo di opere pubbliche (derivato da esigenze militari o allo sviluppo delle tecnologie idrauliche per la difesa dei suoli, o all’incremento degli insediamenti manifatturieri) possa attestare il definitivo superamento della concezione feudale, chiusa in sé stessa, nonché una concezione imprenditoriale di governo.

Inoltre, i nuovi rapporti tra gli elementi della composizione ed il territorio, l’ampliarsi della visione cartografica, da monotematica ad organica, tendono ad ampliare l’orizzonte ed a consentire lo sviluppo della cartografia scientifica (come nella mappa del Duca di Noja) ed a costruire una progettualità urbana composta da elementi differenziati (come nel piano Ruffo).

Sull’esempio della coerenza riformista, i luoghi casertani possono innestarsi sul piano delle massime risorse di Terra di Lavoro, infulcrate sulla reggia, di per sé circolo virtuoso di presenze annuali, centralizzando un sistema aperto di risorse culturali. Il museo Campano, i luoghi fortificati dell’antica Casilinum, le preesistenze dell’antica Roma custodite a Santa Maria Capua Vetere (l’Anfiteatro, il Criptoportico, il Mitreo, la Conocchia), il borgo medievale di Casertavecchia, la Colonia serica di San Leucio a Caserta (Ferdinandopoli, progettata da Francesco Collecini, fu iniziata con i quartieri S. Carlo e S. Ferdinando ma non venne mai ultimata), il Casino Reale di Carditello, la Ferriera a Maddaloni; le Attività di cava a Capua; le Fornaci a Casagiove e Capua; il Ponte di Annibale a Capua; il Bacino d’acqua a Triflisco si compongono nella stessa grande orditura territoriale. L’ingegneria idraulica, rapportata a fini civili, annovera tra le opere borboniche i Regi Lagni, l’Acquedotto Carolino del Vanvitelli (i Ponti della Valle a Maddaloni), la diga a S. Angelo in Formis) ed i torrenti vesuviani con fini di bonifica.

Il nuovo asse storico, naturalistico e culturale sarebbe il segno tangibile del desiderio di riscossa territoriale ed il definitivo superamento di arcaiche logiche politiche di gestione del territorio.

Eugenio Frollo

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