Divagazioni su una copertina: Il Ministero dei Mali Culturali.

 

Erano i tempi di tremontiana memoria in cui si diceva che “con la cultura non si mangia”.

Mi torcevo le mani – e con me tanti altri che nell’arte, nella cultura e nella formazione vedono riflettersi il futuro – non tanto per la bestialità di fonte governativa, ma per il fatto che il paese più ricco del mondo di beni artistici, architettonici e paesaggistici non riuscisse a valorizzarli alla pari degli altri paesi occidentali.

Mi capitava di visitare complessi monumentali importanti e di avere l’impressione di entrare in un mondo incartapecorito, dove per venire a contatto con la cultura dovevi prima superare – come fosse una barriera materiale – la burocrazia ministeriale incistata nella cultura.

Ricordo una visita alla splendida “Incompiuta” di Venosa: un lungo giro tra rovine cariche di storia e apparati didascalici scrostati e cotti dal sole, quindi illeggibili; con il passaggio alla contigua chiesa antica inibito dalla differenza degli orari di visita stabiliti dalla Soprintendenza (per gli scavi e la chiesa nuova) e dalla Curia (per la Chiesa).

Nei più ricchi giacimenti culturali, quelli visitati da milioni di persone all’anno, per intenderci, si riusciva di norma a fare in modo, come era attestato da ampia produzione giornalistica, che le spese superassero costantemente le entrate. Di queste non si poteva disporre in autonomia in nessuna istituzione museale, essendo tutte incatenate alle decisioni e ai decreti e alle circolari delle direzioni ministeriali.

Ci torcevamo le mani dunque, vedendo che nelle città europee, a Parigi come a Bilbao e a Londra i musei fossero invece delle realtà assai più attrattive, capaci per altro di intrattenere i visitatori con offerte differenziate che dalla contemplazione dell’opera d’arte non disdegnavano di estendersi allo spettacolo, alle iniziative di animazione, alla vendita di gadget, alla ristorazione. E le istituzioni erano generalmente in attivo ed erano in condizione di investire a loro volta e di migliorare ulteriormente patrimonio e immagine.

E mi dicevo: perché mai tutto ciò non deve essere possibile in Italia? Perché mai qui non si possono avere poli museali autonomi, diretti da manager con i fiocchi?

Un giorno succede da noi – non so come, in un paese ove le cose non cambiano mai – che in tutti i più importanti contenitori di cultura vengano cambiate le direzioni, attraverso selezioni internazionali. E che in questi poli inizi un nuovo corso, all’insegna dell’autonomia gestionale di musei finalmente dotati di una direzione, un bilancio, un consiglio di amministrazione e un consiglio scientifico.

Saranno più o meno bravi questi nuovi direttori, fatto sta che in poco tempo i visitatori si moltiplicano, l’offerta si differenzia, vengono progettate iniziative nuove e originali di abbinamento delle visite guidate a musica e a spettacoli, vengono aperte nuove sale espositive liberando le cantine intasate da collezioni che nessuno ha mai visto, vengono addirittura inseriti i giardini e gli spazi aperti nella nuova offerta culturale.

Certo, ciò è avvenuto solo per alcuni complessi, i più importanti. Per tutti gli altri le cose sono rimaste come prima. Ma intanto si è partiti. E chi sa mai che quest’aria nuova non generi voglia di emulazione anche nelle realtà minori.

Chissà perché da qualche tempo ho cominciato ad avere incubi.

Di notte, quando va via la luce, penso che tutto ciò sia un’offesa insopportabile alle strutture ministeriali e alle Soprintendenze, all’abnegazione dei funzionari pubblici, alla loro lunga preparazione, al loro spirito di sacrificio (anche se nelle loro mani il nostro patrimonio culturale – salvo le dovute eccezioni – languiva).

Penso poi che tutta sta gente nuova che arriva nei musei sia attratta da gadget e cotillon. I mercanti nel Tempio. La mercificazione dell’arte e della cultura! L’arte ridotta a marketing!

E nei momenti di euforia comincio ad augurarmi che TAR e Consiglio di Stato e sindacati e politica riescano a mandare tutto all’aria, perché alcuni direttori sono stranieri, o alcuni bandi erano poco chiari, o perché alcuni aspiranti si sono opposti per motivi personali.

Già, ma perché dovrei desiderarlo? Perché dovrei preferire il passato?

Eppure so bene che all’estero le immagini delle domus che si riaprono a Pompei e dei percorsi notturni illuminati hanno ormai soppiantato definitivamente quelle dei crolli che occupavano le prime pagine solo pochi anni fa, con immenso vantaggio per l’attrattività dell’intero paese e in particolare della vituperata regione dei rifiuti e della terra dei fuochi.

Guarda caso. Proprio oggi mi capita di leggere: da gennaio a giugno oltre 23 milioni di visitatori statali, 2 in più rispetto al primo semestre 2016 (repubblica on line). Con un aumento medio degli introiti del 17,2%. E proprio nella mia Campania, regione favorita per la forte presenza di nuovi poli culturali, l’aumento degli incassi nello stesso periodo è del 17,6%.

Vuoi vedere allora che l’esperimento sta funzionando? Che davvero aumenta così la gente interessata alla cultura? E con essa la possibilità di curare e sviluppare meglio il nostro patrimonio? E di far crescere un indotto in una regione storicamente in affanno rispetto agli standard economici e occupazionali italiani? Forse ancora una goccia nel mare di disagio e disoccupazione.

Ma allora piuttosto che disperarsi per la goccia che ci schizza le scarpe bisognerebbe augurarsi che essa si trasformi in uno scroscio di iniziative analoghe, in materia di cultura, e non solo.

 

Di Alfonso De Nardo

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