Una storia di ordinaria miseria

Una domenica di agosto, in un mondo discretamente impazzito, in cui sembra debbano avere il sopravvento i peggiori istinti e le più criminali volontà, un episodio che riguarda il nostro Meridione e la sua eredità culturale mi colpisce più di altri.

A Cosenza un incendio uccide tre persone che abitavano abusivamente un appartamento del centro storico, si estende all’attiguo Palazzo Ruggi D’Aragona e distrugge la collezione privata della famiglia Bilotti ricca di opere di incomparabile valore, prima fra tutte un’importante edizione del De Rerum natura iuxta propria principia del grande filosofo Bernardino Telesio.

Mentre si scatenano le polemiche mi colpiscono particolarmente due elementi: il primo è, naturalmente, quello legato alla perdita di tre vite umane, tre persone afflitte da disabilità mentali, se si capisce bene, che sopravvivevano nell’appartamento da essi occupato. Anche se il nostro cuore sta diventando sempre più duro qualche domanda viene da porsela: il nostro welfare o, semplicemente, la ragionevolezza, non avrebbero potuto fare nulla per questi tre sventurati?

Il secondo elemento riguarda la perdita di documenti inestimabili presenti nella collezione Bilotti. Conosciamo per esperienza cosa significhi collaborare alla tutela dei nostri beni culturali. Viviamo in una città come Napoli dove la Biblioteca dei Girolamini è stata letteralmente saccheggiata e dove con, altre persone di buona volontà, tentiamo da anni di richiamare l’attenzione su un patrimonio librario quale quello costruito, a prezzo del suo personale impoverimento, dall’avvocato Marotta. Abitiamo in una regione come la Campania dove, con ostinazione, vogliamo evitare la dispersione di una struttura fondamentale della nostra cultura quale il Museo Campano di Capua. La perdita dei tesori di Cosenza da questo punto di vista è, purtroppo, solo la riconferma che la sopravvivenza di uno sterminato patrimonio è ogni giorno a rischio. Davvero esigue le risorse destinate alla conservazione della nostra “eredità culturale”, fortissime le barriere tra pubblico e privato, al di sotto del “minimo sindacale” l’interesse che la politica ma anche ampi strati della società civile potrebbero e dovrebbero portare alla cultura nel senso più ampio del termine.

Cosenza è dunque una storia di “ordinaria miseria”, innanzitutto per le vite perse che si potevano salvare e poi per l’ennesimo colpo al nostro patrimonio culturale e ci spinge a pensare come, oggi, non siano all’ordine del giorno le “questioni tecniche” ma una volontà civile di cui abbiamo un assoluto, disperato bisogno.

Ferruccio Diozzi

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