La questione universitaria questione nazionale

La decisione dell’Università Statale di Milano di istituire il numero chiuso per i corsi di laurea umanistici, il ricorso al TAR del Lazio proposto dall’associazione di studenti universitari UDU e il suo successo riportano all’attenzione della cronaca la questione universitaria. I fatti, prima di tutto.

Nel maggio scorso il Senato Accademico dell’Università Statale vota l’introduzione del “numero chiuso” nei corsi di laurea umanistici (lettere, filosofia, storia, beni culturali, geografia). E’ una decisione che segna una profonda divisione nella comunità accademica milanese e che vede il rettore Vago impegnato in prima persona a sostenerla come strumento per affrontare l’insufficiente numero di docenti presenti nei corsi di laurea umanistici e per “stimolare gli studenti più motivati”.

Si crea una forte mobilitazione studentesca contro tale decisione con la partecipazione di molti docenti che, in opposizione alla decisione della propria università, organizzano lezioni all’aperto in segno di protesta. L’UDU, Unione degli Universitari, associazione studentesca che da anni si batte contro la progressiva restrizione degli accessi all’università pubblica, produce un ricorso al TAR del Lazio avverso la decisione del Senato Accademico della Statale e, nei giorni passati, lo vince.

A questo punto la legittima soddisfazione dei ricorrenti, che vedono in questo atto solo un primo passo per riaprire il dibattito sull’università pubblica italiana e sulla deriva elitistica degli ultimi vent’anni, si scontra subito con le voci dell’establishment: dallo stesso rettore Vago, che annuncia la volontà di adire il secondo grado di giudizio e si dice certo che, in sede Consiglio di Stato, si potrà ribaltare l’ordinanza del TAR, all’ex ministro dell’Università, Francesco Profumo, che dichiara a “La Repubblica” che non devono essere i tribunali a decidere delle questioni universitarie, vivendo l’Università completa autonomia.

Alcune considerazioni d’obbligo: l’azione degli studenti milanesi (e di quei docenti che gli hanno appoggiati) è importantissima. Costringe tutto il sistema politico italiano e, in generale, la società italiana, a misurarsi con la questione universitaria a partire dalle sue fondamenta, le possibilità di accesso. Sono ormai decenni che viaggiamo in direzione completamente opposta, con la costruzione di meccanismi di numero chiuso che hanno reso l’università italiana sempre più di difficile accesso, calpestando il dettato costituzionale e le leggi ordinarie che garantiscono il diritto allo studio.

Per quanto si debba essere cauti le reazioni di esponenti politici di schieramenti diversi (da Francesco Verducci del PD a Enrico Rossi di MDP a Luca Zaia della Lega) sembrerebbero tutte orientate nella direzione di prendere in carico il problema della reale “apertura” dell’Università pubblica italiana. Ancora più rilevanti potrebbero essere le constatazioni del ministro preposto, Valeria Fedeli, che ha segnalato, tra l’altro, l’assurdità delle limitazioni nell’accesso agli studi universitari in un Paese che ha visto diminuire, nel corso degli ultimi anni, il proprio numero di laureati. Al contrario è molto negativa la reazione delle èlites accademiche che, da troppi anni a questa parte, in assenza di una forte capacità politica, guidano di fatto, in maniera corporativa, il sistema universitario italiano, allontanandosi sempre più dalle garanzie che il nostro dettato costituzionale e le leggi ordinarie assicurano al diritto allo studio.

La questione universitaria è una questione nazionale e come tale deve essere affrontata con una capacità di visione, politica, economica, sociale, che guardi davvero agli interessi del Paese. E soprattutto occorrono scelte precise che coniughino un sistema moderno di alta formazione ad un elemento per troppi anni negletto: la democrazia.

         di Ferruccio Diozzi

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