Turismo e cultura a Napoli: qualche riflessione

Nei giorni passati un mio breve post pubblicato su Facebook ha suscitato un certo interesse. Prendevo le mosse da via Port’Alba, un tempo cuore pulsante del commercio librario napoletano, oggi strada impoverita ed in evidenti difficoltà. Sono arrivati molti commenti su quello che si potrebbe fare ma anche opinioni di persone scettiche su possibili miglioramenti. Questo piccolo dibattito “social” mi ha spinto a fare qualche riflessione sul centro antico di Napoli.

In premessa va detto che, malgrado una certa crescita degli ultimi anni, siamo ancora di fronte ad una situazione profondamente squilibrata. Le aree del centro antico sembrano condannate ad una doppia natura, viva e profittevole per l’economia della città durante il giorno, abbandonate a sé stesse ed ad una movida senza regole nelle ore notturne. Esistono degli elementi importanti su cui lavorare per invertire la tendenza, su tutti turismo e cultura. Ma come? Proviamo a vederli in dettaglio.

Il turismo si è dimostrato in questi ultimi anni un comparto chiave per la crescita della città, ha aiutato la nascita di tante piccole e medio imprese alberghiere e ha alimentato lo sviluppo di sempre nuovi esercizi commerciali, a partire dai ristoranti, dalle pizzerie, dai bar e dai caffè. Eppure l’esplosione non basta. I numeri in continua crescita contribuiscono a creare reddito e, se si vuole, diffondono un’immagine della città per molti inusuale ma, e ciò è una grave criticità, affollano porzioni di territorio molto limitate: il “centro” del centro storico, la parte finale di via Toledo e così via, creando un “effetto Venezia” che, presto o tardi, renderà il fenomeno turismo non più sostenibile. Ciò è tanto più paradossale se si pensa che aree assolutamente vicine, a volte dotate di capacità attrattive straordinarie (un solo esempio, il complesso di San Giovanni a Carbonara), sono quasi del tutto sconosciute al grande pubblico. Per questo occorre definire un piano di sviluppo del turismo storico-artistico-culturale che aiuti il decongestionamento e punti all’allargamento delle zone di interesse.

Dal canto suo la cultura, nel suo senso più ampio, è oggi ritenuta un elemento centrale all’interno di una strategia di sviluppo, non solo economico di una grande città come Napoli. Si pensi al suo ruolo nella valorizzazione di tutto ciò che di notevole si muove nella società, “nuovo” o “antico” che sia, nella capacità di ampliare gli spazi di confronto tra diversi punti di vista, nel suo essere una potente leva per aprire le menti. Va notato come della cultura e dei processi culturali da alcuni anni si sia cominciato a parlare in alcuni ambiti della società napoletana, ponendo l’accento sui possibili ritorni economici e aprendo il dibattito su quella che viene definita “economia della cultura”. Questo dibattito, per quanto offra degli spunti interessanti, rischia però di essere fuorviante e di riproporre una visione solo mercantile. Occorre, invece, sviluppare una nuova concezione del fatto culturale che proponendolo come un elemento centrale della vita associata della città sappia contemperare esigenze commerciali, aperture mentali e, se possibile, educazione al bello.

Un solo esempio, su di una struttura privata questa volta, che può dare un’idea delle difficoltà: esiste da qualche anno a Napoli un centro culturale privato di grande prestigio, è il Palazzo Zevallos Colonna di Stigliano in Via Toledo, già sede storica della Banca Commerciale, di proprietà del Gruppo Banca Intesa che vi ha allestito uno splendido piccolo museo. Questo museo propone alla cittadinanza le risorse culturali di proprietà del Gruppo (e si va da Caravaggio ad Andy Warhol), ospita capolavori da musei stranieri ed esposizioni molto belle (segnalo, tra le altre due anni fa, quella sulla Grande Guerra). C’è un solo problema: non vedo al museo mai pubblico più di tanto. E’ evidente che un’idea di sistema culturale, condivisa da soggetti pubblici e privati, laici ed ecclesiastici, potrebbe rafforzare le diverse proposte ed offerte. E’ altrettanto evidente che, in sua assenza, molte iniziative intisichiscono sul nascere.

Gli esempi citati sono tutte, a mio avviso, manifestazioni di una visione d’assieme di cui turismo e cultura avrebbero bisogno. Da una visione complessiva potrebbero, pur tra le prevedibili difficoltà, definirsi quelle forme di condivisione delle risorse, delle proposte e delle iniziative che oggi mancano. Perdere l’opportunità di presentare la città di Napoli, nel suo insieme, come un grande attrattore culturale sarebbe davvero un intollerabile spreco, soprattutto in un momento storico in cui la vecchia economia industriale è tramontata e non appare niente che possa degnamente sostituirla. Ci faremo sfuggire quest’occasione?

di Ferruccio Diozzi

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