L’ARCHITETTO E L’UOMO

EUGENIO FROLLO

Comunemente si attribuisce al De Architectura di Marcus Vitruvius Pollio (80/70 a.C. circa – 23 a.C.) il primato del più antico trattato sull’Architettura, scritto tra il 20 ed il 30 a.C.; si tratta comunque dell’unica trattazione teorico-pratica che ci sia giunta dall’antichità greco-romana.
Anche se sull’autore si hanno limitate notizie (ufficiale ai tempi di Giulio Cesare, architetto e ingegnere militare sotto Cesare Augusto, autore della mai rinvenuta basilica di Fano), lo spunto dell’opera è scientifico, è un riordino della disciplina della progettazione architettonica in vista di un programma di rinnovamento dell’edilizia pubblica avviato da Cesare Augusto, verso il quale Vitruvio esprime grande deferenza.
Privo delle originarie illustrazioni, il trattato è stato paterno progenitore e riferimento fisso per oltre un millennio (Plinio il Vecchio, Leon Battista Alberti, Sebastiano Serlio, Andrea Palladio, Francesco di Giorgio Martini, Antonio Averlino Filarete, Raffaello Sanzio, Francesco Milizia).
Vitruvio eleva l’Architettura a scienza umanistica per eccellenza, poiché contiene in sé tutte le altre arti: la figura dell’architetto, quindi, deve essere molto poliedrica, deve possedere una cultura totale: letteraria, geometrica, matematica, storica, musicale, deve conoscere l’aritmetica, il disegno, l’astronomia, l’ottica, la medicina, la giurisprudenza, la filosofia e saperne applicare le regole nella composizione progettuale. La misurazione di riferimento è il corpo umano, ma l’architettura vitruviana è codificata nelle sei categorie che stabiliscono le proporzioni tra le parti ed a ritmare le dimensioni degli elementi architettonici in maniera equilibrata sia tra di loro sia nell’insieme e, in embrione, stabilisce l’idea del modulo. L’architettura deve rispondere sempre alla formula detta «triade vitruviana» per la quale deve soddisfare tre categorie: firmitas (solidità); utilitas (destinazione d’uso); venustas (bellezza).
Il trattato spazia su temi urbanistici, anticipando molti studi successivi: dall’individuazione del sito per la costruzione di una città all’orientamento delle strade in funzione dei venti alla collocazione, all’interno della cinta muraria, degli edifici pubblici, di quelli sacri e dei luoghi di aggregazione, come il foro. Il tema delle aree pubbliche è affrontato rileggendo il processo evolutivo di origine greca in cui l’organismo dell’agorà diviene il foro romano, centro propulsore della forma urbis. I cittadini frequentavano sia le biblioteche sia le terme e le palestre (applicando il principio mens sana in corpore sano). Vitruvio affronta, con schemi e regole, il tema della costruzione dei templi, il cui criterio è improntato alla proporzione riferita al corpo umano (uomo vitruviano); le colonne (estetica) sono in rapporto proporzionale con le dimensioni della cella (funzione). Ogni proporzione discende dal diametro delle colonne, e da esso tutte le misure ne traggono una scansione ritmica e proporzionale che ne fissa la modularità.
Ogni casa dev’essere calibrata sul luogo dove sorge, in stretta relazione con il clima, l’ambiente e l’armonia, che discende dall’uso corretto dei moduli. Ciascun ambiente dell’abitazione deve trovare un rapporto in base all’orientamento ed all’insolazione.
Alla scala costruttiva, Vitruvio individua il mattone come elemento basilare della costruzione, differenziando per qualità le malte, composte da vari tipi di sabbie e vari tipi di calce, non trascurando le qualità della pozzolana. Le murature sono classificate secondo l’uso dell’epoca: l’opus reticulatum; l’opus incertum. A lui è dovuta la descrizione della tessitura muraria dei greci: isodomo (filari omogenei); pseudo-isodomo (filari di diverso spessore); l’emplekton (muratura a sacco), ma anche il legno rimane un insostituibile materiale da costruzione.
Testimonianza preziosa è quelle relativa alle finiture: tratta di pavimentazioni, di stucco per decorazione e dei soffitti a volta, delle cornici, degli intonaci e delle decorazioni pittoriche parietali. Infine, come i colori possono essere direttamente acquisiti dalla natura, mediante il trattamento di terre o di conchiglie.
Di grande attualità è la prefazione al VI libro, in cui Vitruvio ammonisce duramente quei privati che intraprendono l’attività edilizia autonomamente, ignorando l’importanza di avere una buona cultura generale, a fondamento dell’arte di edificare.
Da sottolineare che Vitruvio riconosce un tipo di cultura materiale pragmatica, derivata dall’esperienza, grazie alla quale una persona non colta può trasmettere informazioni necessarie perché l’architetto migliori il proprio lavoro. Inoltre, nel VII Libro si rinviene una critica a chi utilizza illegittimamente testi altrui. Egli introduce la citazione in senso moderno, ovvero annota le fonti, il riferimento esatto dei testi consultati.
Il testo di Vitruvio, dall’età augustea fino al sec. XIX, ha esercitato funzione paradigmatica, come apprezzato repertorio e compendio di teoria e tecnica greca e romana, scientifico statutario sul quale si è retta l’architettura dei secoli successivi. I successivi trattati sono da ritenersi, a giusta ragione, i nipoti e pronipoti di Vitruvio. Tuttavia, in Vitruvio nessuna idea è fine a sé stessa ma riflette principi ordinatori della disciplina: la distribuzione degli ambienti non segue schemi precostituiti che rimandano alla sola funzione ma attiene a valutazioni economiche di convenienza; il tema della simmetria non sottende la mera specularità delle membrature ma un’attenzione ai reciproci rapporti tra le parti e di ciascuna parte con il resto della costruzione. Più che catalogare ed ordinare i rapporti esistenti tra stili, ordini e funzioni, Vitruvio istituisce una vera corrispondenza metodologica tra l’architetto ed il suo operato, lo rende artefice e responsabile delle condizioni di vita e lo porta al centro della società civile.
Nell’età odierna diviene problematico attuare una sintesi, un orientamento o una tendenza, sui fondamenti teorici e sull’effettiva pratica, elementi tipici e peculiari di un trattato. Il trascorrere del tempo ha reso indipendenti i rami dell’architettura; mentre il trattato è peculiarmente il frutto di un lavoro fatto sul campo, in un continuo confronto tra esperienza e teoria. L’espandersi del costruito, la palingenesi infrastrutturale sono modificazioni che hanno reso molto complesso il campo di lavoro dell’architetto: piani di area vasta, programmi complessi, il disegno industriale o la progettazione ambientale; grafica, piani trasporto e ridisegno urbano, vere e proprie specializzazioni professionali, frammentarie e parcellizzate. Anche la conoscenza multidisciplinare che avevano gli architetti del passato oggi si scontra con l’assenza della tipologia, del mercato edile che inonda di prodotti semi-lavorati e sintetici, la produzione edilizia massificata e degenerata.

EUGENIO FROLLO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *