Sulla Reggia di Caserta e su altre storie italiane di beni culturali

Ferruccio Diozzi

Sulla Reggia di Caserta e su altre storie italiane di beni culturali

Continua a suscitare discussioni l’attuale gestione della Reggia di Caserta, tutta orientata alla sua valorizzazione attraverso iniziative direttamente commerciali: l’ultima, come è noto, si riferisce al matrimonio, alquanto di cattivo gusto a parere di chi scrive, di un’esponente del mondo della moda.

Per uscire dalla polemica “antichi-moderni”, dove i primi sono coloro che rimpiangono il bel tempo andato ed i secondi coloro che si esaltano ad ogni contaminazione cultura-società purchè ci sia una transazione economica, proverei a fare un discorso un po’ più strutturato.

  1. In Italia la storia ci consegna un complesso di beni culturali di ogni tipo che non ha eguale con altri paesi. Per questo oggi è quanto mai difficile attuare un’efficace salvaguardia di tutto il nostro patrimonio.

  2. Nel corso del tempo, da quando siamo una nazione, si è tentato di provvedere alla gestione dei beni artistici e culturali con risultati diversi. Negli ultimi anni del regime fascista, ad esempio, la politica di Giuseppe Bottai ed i provvedimenti legislativi conseguenti dimostrarono una certa capacità di affermare l’importanza di quei beni e della loro tutela, indipendentemente dalla loro proprietà, pubblica o privata.

  3. Dopo la fine del fascismo e della guerra, con l’avvento della Repubblica, nel periodo della ricostruzione si sono avute vicende contradditorie: tra i successi citerei senz’altro la tutela del complesso di Capodimonte con il grande lavoro, guidato da Bruno Molajoli, a cui collaborarono Ferdinando Bologna, Raffaello Causa ed Ezio De Felice, che portò alla realizzazione del Museo nazionale; tra i numerosi insuccessi il sacrificio alle ragioni della rendita fondiaria e della speculazione di una porzione notevole del patrimonio artistico e, direi, di tutto il territorio nazionale.

  4. Alla metà degli anni settanta, la costituzione del Ministero dei Beni Culturali, fortemente voluta da Giovanni Spadolini, apparve a molti un punto di svolta: raccogliendo nuove sensibilità, provenienti dalla società e dai cambiamenti in atto, facendo tesoro di importanti esperienze di altri Paesi, la costituzione di un autonomo dicastero volto alla tutela ed alla valorizzazione sembrava aprire nuovi spazi. Non doveva essere così e la vita dei Beni Culturali è stata sempre stentata, a dispetto delle dichiarazioni retoriche sull’importanza da attribuire al patrimonio culturale.

  5. Dagli anni ottanta e novanta, con l’avvento del “pensiero unico” iperliberista, anche la visione dei beni culturali si è adeguata allo spirito dei tempi ed è stato un gran fiorire di dichiarazioni sulla necessità di rendere profittevole la cultura, di fare intervenire i privati o il metodo privato nella gestione e così via. Nell’insieme molte dichiarazioni approssimative, fatte spesso da chi non sapeva di cosa stesse parlando e, in pratica, un approccio in cui il ceto dirigente, politico ed amministrativo, è stato sempre subalterno alle forze e all’ideologia del mercato. Le caratteristiche di fondo di quest’approccio sono ben note: individuare e puntare su alcuni tipi di beni considerati più “attraenti”, investire in gestione “manageriale” che, in maniera alquanto confusa, viene identificata con la prospettiva dell’“uomo solo al comando” anche nei musei, garantirsi ritorni economici diretti, sempre e comunque. Su questa linea negli ultimi due anni sono stati conseguiti alcuni risultati in tal senso, a partire dall’incremento del numero dei visitatori e dai corrispondenti ricavi. Sfortunatamente le cifre diffuse, come è stato acutamente notato da un mio amico di Facebook, rappresentano una briciola del PIL nazionale e sono, probabilmente, poco utili anche a garantire la manutenzione ordinaria del complesso dei beni culturali italiani.

  6. Alternative? Praticare una politica dei beni culturali che, senza farsi stregare dal mito del ritorno economico diretto, cominci a investire nello studio e nella ricerca anche in questo settore, dal punto di vista logico, organizzativo, tecnologico, in modo che il Paese possa avvalersi delle sue straordinarie risorse per la propria crescita complessiva e non cadere nella trappola che la trasformazione dei beni artistici e culturali in fonti di ricavo possa surrogare linee produttive che non ci sono più.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *