Beni culturali e luoghi comuni

Da decenni i cantori delle magnifiche sorti e progressive del mercato non si stancano di ripetere che ogni sviluppo economico e sociale non possa che venire dalle capacità e delle competenze, presenti, prevalentemente, in ambito privato o nelle strutture pubbliche, se si muovono come quelle private. Puntualmente la realtà dei fatti si incarica di smentire questo mantra e decisioni e soluzioni praticate in molti ambiti della vita associata sono caratterizzate da assenza di competenze, approcci sbagliati, disinformazione, assunzione di luoghi comuni,  tutti elementi che impediscono di risolvere i problemi reali.

Una storia di questo genere si sta verificando nel settore dei beni culturali. Alcune associazioni professionali e società scientifiche (AIB, Associazione italiana biblioteche; ANAI, Associazione nazionale archivistica italiana; Associazione Bianchi Bandinelli; AIDUSA, Associazione italiana docenti universitari di Archivistica; SISBB, Società italiana di Scienze bibliografiche e biblioteconomiche), non esattamente cellule bolsceviche, hanno formulato una forte protesta contro la decisione del Ministero per i Beni, per le Attività Culturali e per il Turismo di affidare all’ICCD, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, uno dei suoi istituti centrali, il coordinamento di tutte le attività di digitalizzazione per la creazione di una “Digital Library della cultura italiana”. Si consideri che da vent’anni a questa parte una ricca elaborazione sul concetto, sulla struttura e sulle funzioni delle digital  library  è stata sviluppata sia in ambito internazionale che italiano. In tale elaborazione sono stati fortemente cointeressati altri istituti centrali del Ministero, l’ICCU, Istituto centrale per il catalogo unico e le Biblioteche nazionali e l’ICAR, Istituto centrale per gli archivi che, pur in possesso di  specifiche competenze, sono oggi tagliati fuori da quest’attività. Nel frattempo diventa punto di riferimento proprio la struttura ministeriale sostanzialmente estranea alla tematica.

L’approccio è quello di un ministero e di un ministro che si stanno distinguendo per una retorica esaltazione del “Paese più bello del mondo” e delle sue ricchezze culturali mentre si consuma la mercificazione di luoghi, oggetti ed eventi. Siamo passati dalla brutale convinzione di quel ministro berlusconiano dell’economia per cui “con la cultura non si mangiava” ad una sorta di carosello in cui si tenta di fare cassa con le ricchezze culturali del Paese. Vediamo così i luoghi della cultura “prestati” ai privati; la gerarchizzazione dei beni culturali per cui all’esaltazione acritica delle “opere d’arte” fa pendant la gestione residuale delle “sorgenti dell’informazione” quali archivi e biblioteche; l’approccio “prefettizio” imposto alle soprintendenze che perdono la propria autonomia e diventano apparati serventi degli uffici territoriali del governo.

In questo contesto in cui la modernizzazione della Pubblica Amministrazione, come era interpretata da un Massimo Severo Giannini, va a farsi benedire, quello che impressiona è l’ignoranza con cui si procede nella gestione dei beni culturali (Bottai si starà rivoltando nella tomba). Noi auspichiamo che, in un risveglio di coscienza, il MIBACT corregga questa specifica decisione, lo auspichiamo ma non siamo fiduciosi. Troppo forte è una gestione della cosa pubblica lontana da logiche di trasparenza in cui occorre, certo, seguire le linee guida dell’ANAC ma anche agire sulla base di criteri di consapevolezza professionale ed organizzativa. La carenza di entrambi questi elementi produce un’amministrazione pubblica residuale, lontana e, in molti casi, nemica dei cittadini. Pretendere che le organizzazioni pubbliche funzionino non per scimmiottare gli imprenditori privati ma per servire i cittadini è la sfida dei prossimi anni e non solo nei beni culturali.

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