Intervento al Convegno Biblioteche pubbliche e rigenerazione urbana nel Mezzogiorno d’Italia

Ferruccio Diozzi

 Intervento  al Convegno Biblioteche pubbliche e rigenerazione urbana nel Mezzogiorno d’Italia

organizzato dall’ Università di Napoli Parthenope e dall’Associazione italiana Biblioteche

Napoli, 30 gennaio 2020

 

Premessa

Un’istituzione come la biblioteca, in particolare  la biblioteca di pubblica lettura, ha nella versatilità il suo carattere principale. La versatilità ha consentito e consente alla biblioteca di incontrare utenze differenziate ed è un valido argine  alle  tendenze della disintermediazione che possono deprimerne il ruolo e determinare decisioni sfavorevoli in termini di investimenti e credibilità. Nel corso del tempo le comunità professionali dei bibliotecari hanno affinato strumenti concettuali ed operativi che, dando nuova linfa ai servizi amministrati, permettessero una vivace risposta alle criticità. Ruolo ed evoluzione della biblioteca hanno una particolare caratteristica nel Mezzogiorno del nostro Paese e, in particolare, nell’area metropolitana di Napoli. Qui  bibliotecari, economisti, scienziati sociali possono collaborare nel mantenere attuale la funzione delle biblioteche in funzione di un nuovo sviluppo, sostenendo l’adozione di modelli che valorizzino l‘esistente, aiutino la costruzione di partnership e di alleanze, realizzino economie di scala nella definizione di servizi e prodotti la cui valenza sociale possa essere ampiamente riconosciuta.

Biblioteca pubblica: versatilità di funzioni, pluralità di utenti

Da sempre una delle caratteristiche più significative dell’istituzione biblioteca mi è parsa essere la sua versatilità. Una caratteristica antica, confermata però dai processi di modernizzazione e di arricchimento delle sue funzioni di questi anni. Tale versatilità, particolarmente significativa per le biblioteche di pubblica lettura, è riscontrabile in alcuni elementi caratterizzanti come lo spazio; le informazioni e le conoscenze, “materia prima” della biblioteca; la socialità e la sua promozione. Su tali elementi vorrei richiamare l’attenzione.

Anche in un’epoca digitale, lo spazio fisico delle biblioteche è fondamentale.  Lo spazio delle biblioteche diventa la cifra della sua versatilità; lo spazio (gli spazi) consentono l’accesso a diverse fonti d’informazione, digitale e tradizionale; permettono lettura, approfondimento e studio a partire dalle informazioni recuperate; garantiscono funzioni di archiviazione ed esposizione dei documenti ma anche lo sviluppo di attività diversificate rispetto alla “prima missione” della biblioteca. Su tali linee le biblioteche pubbliche hanno anche in questi anni lavorato, a tali linee si sono ispirate progettazioni e realizzazioni di nuove biblioteche, progettazioni non tutte andate a buon fine. Come in altre realizzazioni pubbliche  troppe volte si sono  pagati  il gigantismo delle idee progettuali e il cattivo impiego delle risorse disponibili.  Un’opzione che è stata invece sottovaluta e a cui va dato, viceversa, un peso adeguato, è quella della ridefinizione di spazi pre-esistenti, non di ambito bibliotecario, e della diversificazione degli spazi delle biblioteche già operanti su cui è ragionevole investire di più a partire dalle future progettazioni.

L’ informazione e le conoscenze sono la “materia prima” su cui lavorano le biblioteche, oggi in maniera più consapevole del passato. Che queste organizzazioni siano stati straordinari strumenti di conservazione della produzione culturale dell’umanità sarebbe quasi banale dirlo se non fosse che troppe volte la gestione del quotidiano e le relative preoccupazioni fanno perdere di vista questo fondamentale punto di vista. Oggi l’evoluzione organizzativa e tecnologica hanno aperto nuove prospettive e se si guarda alle biblioteche come strumenti per l’accesso a conoscenze diversificate risaltano alcune caratteristiche: la possibilità di accedere a documenti eterogenei, i sistemi avanzati di recupero dell’informazione,  l’usabilità. L’accesso a documenti eterogenei amplia il campo di azione della biblioteca; i  sistemi di recupero dei contenuti informativi sono sempre più efficaci; L’usabilità dei sistemi mira  ad incrementare l’interazione tra sistemi di accesso all’informazione e flussi di lavoro pre-esistenti. Questi sviluppi sono stati maggiormente praticati, al di fuori dei sistemi bibliotecari veri e propri. Le problematiche emergenti sono state trattate, con maggiore determinazione e maggiore capacità di investimenti, da logici, studiosi dei sistemi informativi, tecnologi. Conseguentemente il campo d’azione e quello d’applicazione dei risultati della ricerca sono stati più orientati a sistemi informativi  in senso generale. E’ necessario che le cose si ricongiungano e le biblioteche possano essere viste come elementi di reti complesse che sfruttano al meglio la disponibilità dell’informazione, migliorando i servizi e arricchendo l’offerta.  Soprattutto è necessario saper riagganciare tutti i nuovi sviluppi operativi alla missione primaria della biblioteca.

Ma le biblioteche sono anche luoghi del sociale, in cui si incontrano formazione, aggiornamento, intrattenimento.  L’origine del rapporto biblioteche-socialità è remota: negli anni settanta,  in una fase espansiva dei servizi pubblici, si abbinavano alla biblioteca attività  culturali diversificate e  soprattutto in Italia, paese in cui le biblioteche pubbliche si erano fatte largo con fatica,  l’accento posto sull’interesse pubblico degli istituti contribuiva a far crescere la percezione delle biblioteche come centri culturali e di aggregazione sociale. Tra gli anni ottanta e novanta tutto sembrò orientato verso la razionalità economica e le tecniche di gestione innovative e eccessivo peso assunsero tematiche gestionali o “manageriali”, spesso influenzate dal generale clima privatistico che si andava affermando. Poi le prospettive di diversificazione si sono riaperte ed hanno portato ad una nuova importanza della socialità. Paradigmatica è stata l’esperienza inglese di Idea Store con la sua interazione tra  attività bibliotecarie classiche, attività formative, attività di aggregazione sociale in realtà sociali difficili sempre  tentando di individuare nelle attività di un servizio bibliotecario la  sua sostenibilità. Va detto che in questo esperimento c’è un logico contrappeso alle grandi proposte di investimenti infrastrutturali. Ma occorre andare oltre l’esperienza madre e contestualizzarla nei  nostri ambienti con  progetti di ampio respiro, in grado  di interpretare le diverse realtà urbane che presentano costanze e specificità. E per lavorare con successo in questa direzione è impossibile non dedicarsi alle criticità dei contesti urbani.

Disintermediazione, mito e realtà

Gli elementi qui sinteticamente descritti e le correnti di idee che vedono pienamente partecipe il mondo delle biblioteche dovrebbero garantire un cammino proficuo. Eppure mito e realtà della disintermediazione restano sullo sfondo come una minaccia potente. Cerchiamo anche qui di fare un po’ di chiarezza. La disintermediazione è un tema assai sentito in settori di attività eterogenei ed in molte  comunità professionali. A partire da Paul Hawken nel suo lavoro del 1984 The next economy, diversi autori hanno cercato di inquadrare il fenomeno dal punto di vista economico e sociologico, anche se la rapidità impressionante con cui si  è esteso negli ultimi anni ne rende difficile un’analisi equilibrata. Come molte altre attività di servizio, pubbliche e private, le biblioteche sono fortemente impattate dalle tendenze alla disintermediazione che tendono a deprimerne il ruolo e, in molti contesti, determinano decisioni sfavorevoli in termini di investimenti e credibilità. Occorre non farsi stregare dall’incalzare delle cose. La sempre maggiore disponibilità dell’informazione, attraverso le successive evoluzioni del web, non può  essere letta come un processo unilineare che porterà allo svuotamento del ruolo di determinati servizi.  Intanto va sottolineato come l’analisi del divenire sociale non possa essere affidata alla semplificazione ed i “semplificatori”, coloro che inferiscono da alcuni elementi di scenario una tendenza, sono spesso i maggiori nemici della conoscenza sociale. Basti ricordare i profeti dell’avvento della paperless society che, tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, producevano analisi più simili a film di fantascienza che a previsioni realistiche. E’ poi stato il tempo del fiume di parole speso per difendere la “democraticità” del self publishing o del citizen journalism. Ciò sino a quando si è cominciato ad evidenziare come il fenomeno, in luogo di maggiori aperture, innovazione ed inclusione generava gli esatti contrari.  Leggere il fenomeno della disintermediazione dei servizi come una strada di non ritorno, in particolare per le biblioteche, non tiene conto dei limiti della tecnologia e dell’elevata differenziazione dei “cittadini-utenti”. Ricorda, in un altro campo delle scienze umane, quello della scienza politica, l’analisi semplicistica per cui i leader politici moderni vincono grazie alle loro capacità comunicative a prescindere dalle condizioni reali, economiche, sociali, culturali in cui operano e dagli interessi cui danno voce. Non è così: le biblioteche continuano ad essere organizzazioni che apprendendo dalla propria esperienza, sono in grado di pensare la propria evoluzione. Sono convinto che possano e debbano continuare a farlo, ponendo maggiormente l’accento sulle connessioni e sugli scambi con mondi loro vicini. In relazioni e visioni diverse, che provocano positive contaminazioni, sta la chiave di un saldo positivo tra alcune funzioni che vanno effettivamente verso l’esaurirsi e attività e servizi di tipo nuovo.

Il caso  Napoli

E veniamo al caso Napoli. Il  Comune di Napoli e la città metropolitana rappresentano un’area popolata da più di 3 milioni di abitanti che insistono su un territorio ricco, nel passato, di un’importante storia industriale, oggi fortemente impoverito. Una grande città italiana ma anche un centro fondamentale del bacino del Mediterraneo. In questo contesto in cui, dal dopoguerra in avanti,  si sono sviluppate  le tendenze più diverse, la priorità dell’ora è quella di formulare un’idea di città che viva sulla crescita complessiva della formazione economico-sociale: crescita delle forze produttive, dei servizi, delle sedi di scambio e di fusione culturale. Un luogo urbano, insomma, in cui si affermi un modello equilibrato di sviluppo che incida sulle crisi in corso, sostenga l’affermazione di una nuova socialità e valorizzi Napoli come città delle intelligenze.

In tale contesto un nuovo protagonismo delle biblioteche ha tutto senso perché ha senso pensare che le funzioni diversificate dei sistemi bibliotecari possono essere elementi importanti di sostegno a un nuovo sviluppo. Certo nelle risposte ai quesiti di informazione di tipo generale, nel sostegno alla diffusione della lettura, tradizionale ed innovativa, nel supporto di vario genere allo sviluppo economico e, ultimo ma non meno importante, agendo come elemento fondamentale per ogni discorso culturale, le biblioteche devono mostrare capacità e determinazione. Ed allora, senza nascondersi, bisogna partire da una situazione estremamente difficile: se si guarda al segmento organizzativo già esistente e di diretta competenza dell’Amministrazione comunale, quello delle biblioteche che afferiscono alle municipalità, ci si trova di fronte ad una sostanziale marginalità, all’interno della macchina amministrativa cittadina, con risorse (professionali, informative, finanziarie) ridotte al lumicino. Tutto ciò aggravato da una sostanziale assenza di coordinamento tra le singole strutture, con l’Amministrazione nel suo insieme, con altri sistemi di biblioteche e con altri soggetti. E’ quindi urgente sviluppare un’azione che razionalizzi i processi di funzionamento, valorizzi le competenze professionali presenti, ampli il raggio di azione delle biblioteche, favorendone l’integrazione con altri servizi dell’Amministrazione   e assicurando un rapporto stabile con le utenze raggiunte. Compiti complessi ma non impossibili: gli stessi che venivano posti nel 2011, al centro di una specifica mozione di indirizzo del Consiglio comunale di Napoli per lo sviluppo della rete di biblioteche cittadine, che venne approvata, in quell’occasione, all’unanimità. Sul versante istituzionale non si è fatto, purtroppo, più di tanto da allora mentre, a parziale dimostrazione della vivacità del tessuto sociale, è importante sottolineare che alcune, esperienze si sono sviluppate, anche sulla base di impegni volontari: basti pensare alla Biblioteca di Officina delle culture a Scampia o la Biblioteca Annalisa Durante a Forcella o ad importanti impegni che biblioteche “storiche” riescono ad assumere nel campo della socialità senza tradire la propria missione.  Bisogna allora insistere, coniugare le innovazioni tecnologiche e quelle organizzative, enfatizzare le capacità professionali, anche in un quadro di investimenti finanziari praticamente inesistenti, seguire le migliori esperienze, italiane ed internazionali. Su questi obiettivi anche a Napoli si può, si deve cominciare a  lavorare.

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